Parco Sud. Tra il dire e il fare…

Scritto da: il 28/09/2011 | Nessun commento

Anche da queste pagine, molte voci si sono levate, durante l’iter di adozione del PGT ambrosiano, e molte più si levano, ora che …si è alzato il vento, per sollecitare l’integrazione città-campagna. Sembra che, finalmente, un vasto patrimonio ambientale e di stili di vita, ora latente, potrebbe rendersi disponibile ai milanesi. La condizione perché ciò avvenga, condivisa dalla costante letteratura sul tema, è che si interrompa il “consumo di suolo” attuato con la trasformazione dalle attività produttive agricole (suolo antropizzato per funzioni vegetative) a quelle funzioni che propongo di ridefinire sterili, caricandone l’accezione negativa.

Il mio parere è che questa fase di rielaborazione degli obiettivi, che i più ritengono di raggiungere adottando una serie articolata di nuove enunciazioni urbanistiche, non potrà realizzarsi se avremo considerato già acquisita la condivisione collettiva degli obiettivi stessi. Non voglio affermare che l’idea di una maggiore qualità ambientale non corrisponda, per la maggioranza dei milanesi, ad una generalizzata conservazione del territorio coltivato, ma che la completa diffusione di questa opinione richiederà qualche attività finalizzata allo scopo. Se mancasse il consenso della città, ben poco potrebbero ottenere decine di convegni, conferenze, tesi di laurea e quant’altro.

Ne consegue il fare. La citazione di una buona pratica mi trova in palese conflitto di interessi, e di conseguenza lascio aperta la ricezione di qualsiasi critica. Mi riferisco alla realizzazione dell’unico esempio (consideriamolo un progetto pilota) di orti urbani che da qualche anno è visibile in via Chiodi e che ospita 180 nuclei familiari che svolgono le loro attività di coltivazione, vita all’aria aperta, gioco, relazioni sociali. Per farlo, ogni nucleo (che a volte comprende più famiglie) corrisponde un prezzo che varia da 360 a 580 euro/anno. Area privata, capitale privato, gestione privata. La disponibilità del sito consegue alla trentennale mancata espropriazione che avrebbe dovuto condurre all’ampliamento del confinante Parco Teramo, all’interno del Parco Sud.

A prima vista, sembrerebbe solo l’utilizzo residuale che un’area, già destinata a standard urbanistico, può permettersi di ospitare senza incorrere in plurime ipotesi di abuso edilizio, e forse lo è effettivamente. Ma proviamo a guardare oltre. Le 180 famiglie, estese ai loro frequenti ospiti, hanno maturato, spontaneamente, una forte coscienza dei valori ambientali che il territorio, in quanto coltivato direttamente da loro, propone. Hanno apprezzato la capacità di guarigione dallo stress negativo dell’ambiente urbanizzato, che la contiguità con il ciclo vegetale è in grado di offrire. Hanno introdotto nella loro dieta cibi a km zero e sapori che non avevano mai gustato.

Dopo questo percorso, fortemente pragmatico, le stesse famiglie non parteciperanno a convegni, happening, tavole rotonde, adunate campestri fine a se stesse. La loro presenza attiva sul territorio è un fatto quotidiano, uno stile di vita, un principio educativo verso i figli. Non richiede ostentazione o particolari forme di comunicazione all’esterno. Esiste e contagia.

Non intendo proporre la trasformazione in orti familiari di tutto il territorio periurbano milanese compreso nel Parco Sud, ma chiedo che la pianificazione urbanistica faciliti, con norme finalizzate, la frequentazione e l’uso diretto di parte del suolo produttivo agricolo. Solo così i cittadini saranno partecipi e sostenitori di ogni azione rivolta alla riduzione del consumo di territorio.

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