Le buche, il sale e la miseria delle menzogne

Scritto da: il 19/02/2009 | Nessun commento

Forse, in tempi di vacche magre e di condivisa ostilità verso le automobili, il lamento per le buche troppo profonde nell’asfalto cittadino, può rischiare di meritare solo le colonne della posta dei lettori di qualche quotidiano a distribuzione gratuita. Quindi utilizzo l’argomento solo per ricavarne una regola di “buona pratica”, di cui ha bisogno un ripasso l’Amministrazione cittadina, e non solo quella. Senza che si debba scomodare la politica.

La constatazione è che, in generale, a Milano l’asfalto di fine inverno sia stato (volutamente non uso la forma riflessiva, poiché l’asfalto da solo non può farsi del male) ridotto ad un groviera ed in particolare in alcune zone (per esempio quella compresa tra viale Campania, viale Argonne, via Mezzofanti e viale Corsica) la situazione sia al limite della soglia minima di sicurezza, almeno per chi circola su due sole ruote.

Dato che l’evidenza non può essere negata, la risposta dell’autorità non si è fatta attendere, addebitando al sale sparso e alle piogge copiose la responsabilità della nefasta situazione. Giustizia è fatta? Direi proprio di no. La verità, oggettiva ed incontestabile è assai diversa e proverò a descriverla, nell’interesse delle tasche dei cittadini paganti.

La superficie delle strade di Milano, che prendo ad esempio, è realizzata con una miscela di bitume, sabbia, sassolini più o meno arrotondati ed altre amenità. Per come è costruita, risulta fisicamente idonea a sopportare una certa forza di abrasione e non una doppia, tripla, quadrupla ecc., tanto è vero che, se viene superato un certo limite, questa miscela si sbriciola, proprio come un biscotto di pasta frolla che una formica non riesce ad intaccare, ma che la mano di un bambino può ridurre in mille pezzettini. E’ una questione di rapporti tra forze: quella di coesione della frolla e quella di distruzione del bambino.

Capita che in tutte le zone della città, densamente edificate, anche assai centrali, e servite da una rete molto fitta di piccole strade con i relativi semafori, rotatorie, angoli a 90 gradi, si sia, solo di recente, concentrata una evidente attività edilizia di demolizione, scavo, costruzione. Dai cantieri e verso i cantieri si dipana il traffico di enormi “3 assi” e a volte anche “4 assi”. Così si definiscono, in gergo, i camion che trasportano terra o altri materiali da costruzione e che, pur essendo ben più corti del classico Tir, pesano 40 tonnellate, o se preferite l’equivalente di 54 vecchie fiat Panda. Questi particolari camion, oltre al peso fuori dal comune, possiedono due assali posteriori che, non potendo ruotare come avviene per le ruote anteriori, quando il veicolo curva “strisciano” lateralmente le loro enormi ruote e costringono il povero asfalto a sopportare un attrito troppo elevato perchè tutti i sassolini che lo compongono possano restare ben uniti tra loro. Una volta disgregati dalla massa, questi sassolini diventano un perfetto abrasivo per completare l’opera di demolizione di quanto ancora restava coerente. Anche ogni frenata e ogni partenza di questi bestioni sono causa del logorio istantaneo della pavimentazione. Non ci sono Santi che tengano!

Ma c’è dell’altro. Come ben sanno tutti i costruttori, anche di strade, e come dovrebbero sapere gli uffici tecnici comunali, la capacità del terreno (che non sia roccioso come quello di Manhattan, ma sabbioso come quello di Milano) di sopportare il peso di ciò che sta sopra (edifici, ferrovie, piloni di ponti, veicoli su ruote, ma anche semplici pedoni) è diversa a seconda che la terra sia asciutta o bagnata. In riva al mare l’abbiamo sperimentato tutti. Quindi se eseguo dei rappezzi di asfalto dopo avere interrato un tubo (magari del teleriscaldamento) e non rispetto una corretta tecnica costruttiva del terrapieno, lucrando in assenza del controllo dei tecnici comunali che magari preferiscono confidare in successive ventennali cause legali di risarcimento danni, posso stare certo che al passaggio di un veicolo pesante l’asfalto si sbriciolerà, lascerà penetrare la pioggia, quindi bagnandosi la terra, si avallerà. I bordi dell’avallamento saranno sottoposti ad un’usura immediata e si formerà la “buca”. Non può funzionare nemmeno la tecnica, palesemente truffaldina, di eseguire il rappezzo “a dorso di mulo” pensando che abbassandosi sotto il peso dei veicoli possa posizionarsi a livello della carreggiata originaria! Miseria visibile ad occhio inesperto, eppure eseguita nel quartiere del Politecnico.

In conclusione: la responsabilità attribuita al sale, ed al meteo, ha il sapore dell’insipienza tecnica e non consente di evitare la reiterazione del danno. Ben diversa soluzione e ben altra verità si possono affermare imponendo veicoli di minore portata (che esistono) che hanno solo due assi, e controllando costantemente la buona tecnica delle lavorazioni che interessano i beni pubblici come le strade. Chissà quante volte il malcostume delle bugie, anche nel territorio della politica, nasce da una banale ignoranza della buona tecnica? Quis custodiet custodies?

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