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	<title>Angoli di terra &#187; Urbanistica milanese</title>
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	<description>Difendiamo e promuoviamo gli orti urbani superando l&#039; inadeguatezza della pianificazione urbanistica.</description>
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		<title>Scritto nel 2004</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2012 15:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Urbanistica milanese]]></category>
		<category><![CDATA[assessore Verga]]></category>
		<category><![CDATA[edilizia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[orti urbani]]></category>
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		<description><![CDATA[In attesa che Milano veda realizzarsi il suo mini-centralpark, su parte dell’area ora occupata dalla Fiera e con un’estensione pari ad un ventisettesimo dell’originale newyorkese, alcuni cittadini si sono dati da fare creando con le proprie mani delle vere e proprie oasi di verde-familiare a pochi passi dalla loro casa. Sono così nati gli Orti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In attesa che Milano veda realizzarsi il suo mini-centralpark, su parte dell’area ora occupata dalla Fiera e con un’estensione pari ad un ventisettesimo dell’originale newyorkese, alcuni cittadini si sono dati da fare creando con le proprie mani delle vere e proprie oasi di verde-familiare a pochi passi dalla loro casa.</p>
<p>Sono così nati gli <em>Orti di via Chiodi</em>, e chi transitasse, nella tranquillità dei pomeriggi dei fine settimana, in questa via poco nota tra piazza Negrelli e via Faenza, vedrebbe, con stupore,<em> </em>intere famiglie spensieratamente affaccendate in piccoli lavori agricoli e di giardinaggio, oltre che nella preparazione di gioiosi barbecue.<span id="more-367"></span></p>
<p>Sono rappresentate tutte le età e tutte le relazioni familiari: dai nipotini fino ai nonni, passando per fratelli e sorelle con amici e fidanzati, genitori e zii. Non mancano tuttavia gruppi di studenti universitari e coppie di giovani in corso di “affiatamento”.</p>
<p>La novità che rende unica, a Milano, questa opportunità sociale, è che non si tratta della solita, un po’ triste, proposta comunale di “orti per anziani”, ma di un’iniziativa privata basata sulla fornitura di terra (e acqua di prima falda per irrigare), contro il rimborso di un prezzo di un euro al giorno, per ogni lotto grande poco più di un centesimo di pertica milanese. E’ interessante notare come l’assenza di limiti di reddito o dell’obbligo della condizione di pensionato (condizioni entrambe obbligatorie per l’assegnazione dei più economici orti comunali) abbia immediatamente determinato l’emersione di un’insoddisfatta voglia di vita all’aria aperta di intere famiglie, e quanto la loro ricerca non fosse indirizzata ad un ozioso “panchinaggio” nei, più o meno estesi, parchi cittadini, bensì ad un’operosa trasformazione di quello che era un semplice prato e che ora è tutto un brulicare di indaffarati contadini e giardinieri dilettanti. Anche le problematiche ambientali hanno trovato una risposta negli utenti, che hanno preferito scartare l’ipotesi di una recinzione provvisoria in rete metallica, a favore di una siepe, certamente meno protettiva, ma più gradevole ed ecocompatibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questi giorni l’assessore allo Sviluppo del Territorio del Comune di Milano (Giovanni Verga) ha annunciato con grande enfasi che <em>il Comune mette </em>(metterà n.d.a.) <em>a disposizione 1 milione e 700 mila mq di aree di sua proprietà per la realizzazione di 20 mila nuovi alloggi.</em> Grande comune e grande assessore! Tanta generosità sarebbe encomiabile se le aree fossero di proprietà dell’assessore, ma essendo del comune, cioè pubbliche, non dovrebbe fare clamore la notizia che aree pubbliche verranno utilizzate per una funzione pubblica quale l’edilizia, appunto, residenziale pubblica (E.R.P.)!</p>
<p>Inoltre qualcuno dovrà spiegare all’Assessore che la previsione di destinare ad edilizia residenziale pubblica una certa quantità di superfici inedificate, di per sé non determina alcuna conseguenza edilizia, almeno fino a quando i soggetti finanziatori (tra i quali il Comune non risulterà, non avendo assunto, col proclama, alcun provvedimento di spesa) che l’Assessore indica nella Regione Lombardia, nell’Aler, nei privati e nelle imprese, non metteranno a disposizione, ciascuno, un bel mucchietto di euro. E riguardo a questa circostanza, qualche dubbio, in attesa di vedere le carte, ci spetta perché immaginiamo che alla fine un prezzo da pagare ci sarà.</p>
<p>Ma quello che, francamente, meno convince, è l’affermazione dell’Assessore secondo il quale l’operazione permetterebbe, tra l’altro, di bonificare aree altrimenti destinate all’abbandono. Quindi, secondo l’Assessore, il Comune di Milano sarebbe proprietario di aree “altrimenti destinate all’abbandono”. Non serve essere addetti ai lavori per sapere che l’uso di tutto il territorio comunale è regolato, per legge, dal Piano Regolatore Generale e che questo, per quanto un po’ datato (1980) non prevede, assolutamente e mai, aree destinate all’abbandono. Caso mai prevede che una certa quantità di aree, tra cui quella felicemente utilizzata dagli orti in via Chiodi, siano destinate a verde pubblico. E se il Comune di Milano, casualmente, si comprende tra i proprietari di aree destinate a verde pubblico o ad altri servizi pubblici, non pensi di essere stato autorizzato, né da uno, né, ancor meno, da cinquecentomila voti, a considerare tali aree destinate all’abbandono.</p>
<p>Che poi, dopo tutti i dibattiti sulle periferie e sul disagio sociale maturato nei quartieri dormitorio costruiti negli anni 70, pensare all’edilizia pubblica come riempitivo delle aree altrimenti destinate all’abbandono, sarebbe il colmo!</p>
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		<title>Con il nuovo P.G.T. Milano sarà più verde? 5 domande all&#8217;assessore Masseroli</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 15:03:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Urbanistica milanese]]></category>
		<category><![CDATA[assessore Masseroli]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[P.G.T.]]></category>
		<category><![CDATA[perequazione edilizia]]></category>

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		<description><![CDATA[I temi dell’incremento delle volumetrie, della densificazione della città e di come questi sarebbero favoriti dal nuovo P.G.T., sono stati molto discussi. Non altrettanto è stato fatto per il verde pubblico, anche se tutti gli interventi, che non sono rivolti ai tecnici, ma al grande pubblico, del Sindaco Letizia Moratti hanno privilegiato quasi esclusivamente questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I temi dell’incremento delle volumetrie, della densificazione della città e di come questi sarebbero favoriti dal nuovo P.G.T., sono stati molto discussi. Non altrettanto è stato fatto per il verde pubblico, anche se tutti gli interventi, che non sono rivolti ai tecnici, ma al grande pubblico, del Sindaco Letizia Moratti hanno privilegiato quasi esclusivamente questo argomento, affermando la superiore qualità che avrà quella Milano che oggi viene descritta, non sempre a ragione, più grigia che verde. <span id="more-88"></span>E non si tratta, evidentemente, di una questione di colori, dato che il nuovo verde pubblico non potrà che realizzarsi su aree già oggi verdi (in quanto coltivate), ma dell’obiettivo della proprietà e della fruibilità pubbliche delle aree agricole.</p>
<p>La procedura che l’Assessore Masseroli fornisce al suo Sindaco affinché, come una bacchetta magica, la usi per la moltiplicazione degli ettari di verde pubblico, viene chiamata “perequazione”. Volendo chiarire il termine, basta il significato letterale del verbo “perequare”, cioè “distribuire equamente”. Che cosa? Il verde? No, l’edificabilità dei terreni.</p>
<p>Infatti, secondo Masseroli, una volta stabilito su quali terreni saranno “appoggiati” i nuovi edifici, sarebbe sufficiente l’aver attribuito un “diritto commerciabile di edificabilità” ai terreni che, diversamente dai primi, il Comune intende destinare a verde pubblico o a strade, per far sì che i proprietari di questi decidano di venderli ai costruttori, ovvero di vendere i corrispondenti diritti, che in caso d’uso determineranno la cessione gratuita al Comune delle stesse superfici “.</p>
<p>Detto così non sembra neppure troppo complicato, ma qualche domanda all’Assessore potrà aiutarci, perché dalle sue risposte potremo meglio comprendere tutto il meccanismo.</p>
<p>1. In più occasioni Lei ha affermato che il sistema della “perequazione dell’edificabilità dei suoli” consentirà di evitare le procedure espropriative attualmente necessarie per la realizzazione di verde pubblico e di altre infrastrutture. Un <a href="http://allegati.comune.milano.it/PUG/Presentazione%20Simonetti_Workshop_PGT_16_11_10.pdf">esempio concreto lo propone proprio il Comune con il caso B sul sito</a>. Tuttavia, prevedendo che il sistema della perequazione porterà sul mercato una grande quantità di “diritti volumetrici perequati” e che i relativi prezzi tenderanno al ribasso, le chiedo: <em>come potranno essere eseguiti, nei tempi programmati, gli interventi dell’Amministrazione in tutti i casi in cui i proprietari delle aree “perequate”, ancorché sfiduciati da 30 anni di vincolo all’inedificabilità,  non trovassero soddisfacente l’offerta degli operatori e mantenessero la proprietà delle aree, allo scopo di tramandarle ai propri eredi come gioielli di famiglia?</em></p>
<p>2. Tutte le volte che un costruttore, utilizzando la volumetria perequata, determinerà la cessione gratuita al Comune di un lotto, anche modesto, di terreno, l’Amministrazione vedrà incrementato il patrimonio demaniale, ma ciò avverrà indipendentemente dal programma di esecuzione delle opere pubbliche. E quindi: <em>nel periodo, che potrebbe durare anche molti anni, tra l’acquisizione di tutte le aree necessarie (qualcuna con le problematiche di cui alla domanda 1) e la realizzazione dell’opera pubblica (progetto, gara, appalto, esecuzione, collaudo, consegna), il Comune sarà in grado di manutenere, conservare, vigilare l’area ormai acquisita?</em></p>
<p>3. Il mercato delle aree che acquisiranno la volumetria perequata (che appartengono alla grande famiglia delle aree non espropriate nel corso del precedente PRG) di fatto non è mai esistito perché quei terreni erano inutilizzabili e difficilmente rivendibili. Ma non appena le stesse aree conterranno un’ edificabilità potenziale, qualcuno potrebbe investire capitali rilevanti per il loro acquisto, anche senza utilizzarne il corrispondente diritto edificatorio, e quindi senza determinare la loro cessione gratuita al Comune. La domanda è: <em>con quale strumento giuridico, nei limiti dell’art. 43 della Costituzione che tutela la proprietà privata in generale, pensa di poter evitare fenomeni di alterazione (mediante accaparramento) del mercato delle aree, che la “malavita finanziaria” potrebbe attuare?</em></p>
<p>4. Alcuni casi (A, B, E), presentati nel link sopracitato, indicano l’ipotesi della monetizzazione di aree per servizi. Si tratta dei casi nei quali un costruttore, dovendo, per legge, cedere al Comune una superficie per opere pubbliche connesse alla costruzione, ma non disponendone, ha la facoltà di versare una somma corrispondente al costo di esproprio che il Comune dovrà sopportare, per acquisire un’area di uguale superficie. In particolare il caso “A” indica il valore di monetizzazione previsto dalla specifica delibera del Consiglio Comunale. Se risalissimo al tempo in cui (1997) vennero approvati i criteri per la determinazione dei valori di monetizzazione (periodicamente aggiornati), scopriremmo che i Settori Urbanistica e Demanio-Patrimonio elaborarono un calcolo assai complesso, per determinare l’incidenza del costo dell’area in rapporto al mercato degli immobili. Ma, rileggendo le motivazioni urbanistiche e di estimo territoriale su cui era fondata la tabella, non si può che riconoscerne l’assoluta inadeguatezza per lo scopo odierno. In particolare si nota che l’indice di edificabilità territoriale (I.T.) posto alla base del calcolo venne attribuito all’intero territorio comunale (Territorio Urbano Consolidato + Parco Nord + Parco Sud + Verde Urbano + Infrastrutture per la Mobilità). Di conseguenza, i criteri di monetizzazione deliberati nel 1997 risentono di un indice enormemente superiore a quello che consentirà il nuovo P.G.T. Quindi dovranno essere formulate nuove tabelle, con valori di monetizzazione molto inferiori, pena l’illegittimità dell’intera procedura. Da cui la domanda: <em>l’introito della monetizzazione non sarà utilizzato per rimborsare espropri (cfr. punto 1), ma solo per costruire servizi, il cui costo è in crescita, a fronte di corrispondenti entrate in calo, con quali conseguenze sull’attuabilità del piano dei servizi? </em></p>
<p>5. L’abbondanza di offerta di diritti volumetrici perequati, e la predisposizione di un “borsino degli scambi”(?), eventualmente inteso come semplice bacheca informatica, comprimeranno la rendita fondiaria. L’acquisizione di un’area mediante esproprio, per l’esecuzione di opere di pubblica utilità, prevede tuttora che, in questi casi, il proprietario venga indennizzato con una somma corrispondente al valore venale di quell’area. Domanda: <em>una volta che fosse accertata una forte diminuzione dei valori di scambio delle aree destinate a verde e viabilità, non ritiene che la migliore garanzia per l’eseguibilità di queste infrastrutture possa essere l’esproprio?</em></p>
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		<title>In casa dell&#8217;impiccato</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Nov 2010 16:26:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Urbanistica milanese]]></category>
		<category><![CDATA[concorsi]]></category>
		<category><![CDATA[concorsi di architettura]]></category>
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		<description><![CDATA[Non si parla di corde, in casa dell’impiccato. In casa Assimpredil si è parlato di concorsi di architettura, e subito è riemersa la polemica sul caso “Arcimboldi”, del quale i più giovani troveranno copiosa letteratura, esentando queste colonne dalla replica. Non è bastata l’iniziativa degli imprenditori edili a favore della discussione del tema dei concorsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si parla di corde, in casa dell’impiccato. In casa Assimpredil si è parlato di concorsi di architettura, e subito è riemersa la polemica sul caso “Arcimboldi”, del quale i più giovani troveranno copiosa letteratura, esentando queste colonne dalla replica. Non è bastata l’iniziativa degli imprenditori edili a favore della discussione del tema dei concorsi di architettura, a saldare una diversità di vedute che ha reso malinconico finanche il generoso buffet offerto dall’ospite. Mi chiedo se, in casi come questo, non sia più realistico e dignitoso riconoscere l’esistenza di un conflitto di interessi che, pur nella buona fede di entrambe le parti, impedisce la difesa di un “terzo” che, in questo caso, è la collettività.</p>
<p><span id="more-128"></span></p>
<p>A queste obiettive difficoltà si è aggiunto il fatto che, proprio a Milano, restano i marchi indelebili di alcune sfortunate procedure concorsuali: l’&#8221;Alba di luce&#8221;, le “Cinque Piazze per Milano”, i “Caselli Daziari di Porta Venezia”, “City Life”, la “BEIC” (clamorosa per i costi già sostenuti nonostante l’incertezza della sua realizzabilità finanziaria), e per finire “Expo” 2015, la cui società di gestione ha già escluso di poter bandire concorsi di architettura a causa dei tempi ormai  troppo ristretti. Per quanto riguarda la cronaca della serata, con interessanti interventi di Daniela Volpi,  Pierluigi Mantini, Giovanni Oggioni e Massimo Pica Ciamarra, tutti favorevoli ad una nuova stagione di concorsi di architettura, potrebbe bastare.</p>
<p>Ma sul tema dei concorsi di architettura e, se possibile, di urbanistica, qualche punto fermo, anche meno polemico, andrebbe messo.</p>
<p><strong>1°</strong>- La finalità di un concorso di architettura deve essere di selezionare un singolo progetto tra una generalità di progetti, al fine di farlo eseguire da un soggetto che solo successivamente sarà a sua volta selezionato. Il progetto migliore? Sì, in quanto il più idoneo a conseguire gli obiettivi indicati dal bando.  A rigor di logica si deduce che il primo a dover avere le idee chiare non sarebbe il progettista, ma chi bandisce il concorso. In questo senso sarebbe opportuno che questa facoltà derivasse da un’autorizzazione concessa, di volta in volta, da un ente coordinatore e unificatore che eviterebbe, per esempio, la produzione di una quantità abnorme di progetti, o l’eccessivo dettaglio progettuale, poiché entrambi generano un costo  insopportabile. Analogamente si intuisce che in periodi, come quello in corso, nei quali la pubblica amministrazione tende a lasciare all’iniziativa privata l’indicazione degli obiettivi sociali, è improbabile che l’architettura delle opere pubbliche si attui sotto il controllo pubblico, ed è anche per questo che i concorsi di architettura sono al minimo storico, mentre quelli di urbanistica sono quasi inesistenti.</p>
<p><strong>2°</strong>- Preliminare ad una ricca stagione di concorsi sarebbe, a mio parere, la condivisione, da parte dei committenti (sia pubblici che privati) e dei progettisti, di una affermazione assiomatica: non tutti i progetti di architettura e di urbanistica hanno la capacità di rispondere con pari efficacia alle prestazioni (estetiche e funzionali) richieste dall’incarico. Di conseguenza, sul presupposto che deve essere la pubblica amministrazione a tutelare la funzione sociale dell’architettura e dell’ambiente, orientando gli obiettivi dai quali deriveranno gli incarichi, con i concorsi si attuerebbe una selezione di qualità che potrà scontentare alcuni, ma che restituirebbe i benefici massimi alla collettività.</p>
<p><strong>3°</strong>- Quasi sempre si presuppone che solo le opere pubbliche meritino una definizione concorsuale del progetto, perchè ciò deriva da obblighi di normativa europea, ma non si deve escludere che, in forma volontaria, si sottopongano a concorso anche opere private. E fin qui, non dovrei ricevere obiezioni. Ma a questo punto una provocazione appare legittima. Se l’esame della giuria di un concorso di architettura garantisce la migliore tutela architettonico-ambientale (secondo un sistema preordinato di valori), perché mai non abbiamo una procedura equivalente per la valutazione dei progetti ordinari?</p>
<p><strong>4°</strong>- La serata mi ha permesso di chiarire una questione che forse non a tutti è nota, ma che sollecita una riflessione sulla qualità della progettazione urbanistica, anche dei PGT previsti dalla legge urbanistica della Lombardia: lo Stato non prevede alcuna riserva di legge a favore delle categorie abilitate alla progettazione (Architetti, Ingegneri ecc) per quanto riguarda la produzione dei progetti urbanistici, di qualsiasi dimensione territoriale!</p>
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		<title>EXPO 2015: le cascine e i figli dell&#8217;assessore</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 16:04:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Urbanistica milanese]]></category>
		<category><![CDATA[assessore]]></category>
		<category><![CDATA[cascine]]></category>
		<category><![CDATA[EXPO2015]]></category>
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		<description><![CDATA[“La fantasia e la concretezza” (Rizzoli 2003) è il titolo di un notevole saggio di Domenico De Masi, la cui lettura è d’obbligo per l’universitario impegnato nel corso di sociologia, ma che suggerisco a tutti coloro i quali, avendo responsabilità pubbliche, devono tenere in particolare considerazione l’evoluzione della cultura umanistica e scientifica in rapporto ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“<a href="http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/7005_la_fantasia_e_la_concretezza_de_masi.html">La fantasia e la concretezza</a>” (Rizzoli 2003) è il titolo di un notevole saggio di Domenico De Masi, la cui lettura è d’obbligo per l’universitario impegnato nel corso di sociologia, ma che suggerisco a tutti coloro i quali, avendo responsabilità pubbliche, devono tenere in particolare considerazione l’evoluzione della cultura umanistica e scientifica in rapporto ai fatti storici, in modo da evitare, quantomeno, la vergogna della “scoperta dell’acqua calda”.</p>
<p><span id="more-121"></span></p>
<p>La citazione si rende necessaria dopo avere ascoltato i relatori della conferenza “Cascine Expo 2015”, tenutasi alla Triennale il 1° dicembre scorso, i quali hanno presentato le prime fasi di una proposta, di riuso appunto delle “cascine milanesi”, ai cui contenuti si può accedere dal sito <a href="http://www.cascinemilano2015.org">Cascine Milano 2015</a>. Qui ne do per eseguita la lettura e proseguo.</p>
<p>Anche a voler trascurare la copiosa letteratura che tratta della produzione agricola padana, delle sue convenzioni sociali e delle sue strutture edilizie, non si po’ dimenticare che proprio al tema delle cascine milanesi è stata dedicata, dagli anni ’70 in poi, moltissima attività di catalogazione, analisi e progettazione da parte del Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura. Agli studenti impegnati nei “fangosi” sopralluoghi, già allora capitava di accertare l’incomprensibile stato di abbandono di importanti complessi edilizi e la conversione di molte centinaia di “pertiche” alla monocultura che, grazie ad una facile meccanizzazione, produceva ottimi raccolti con il minimo impiego di addetti. Non posso credere che il Politecnico di Milano sia ancora impegnato nella stessa attività di catalogazione o poco più! Anche perché, già allora, gli studenti, ritornando in quei luoghi dopo la laurea, ebbero modo di comprendere perfettamente che la politica urbanistica non aveva mai considerato l’agricoltura milanese altro che un’attività temporanea, in attesa dell’urbanizzazione di quei preziosi coltivi. E ciò era avvenuto nonostante la copiosa attività di ricerca “ideologicamente mirata” alla valorizzazione mediante la conservazione, e nonostante i richiami artistici di Ermanno Olmi. Evidentemente “sul campo” si fronteggiavano eserciti con dotazioni assolutamente impari.</p>
<p>Peccato, una bella occasione persa, ma non completamente se sapremo guardare ad esperienze più felici e se da quelle, umilmente, decideremo di imparare la lezione della storia e da questa orienteremo la politica urbanistica dedicata al territorio agricolo ancora presente a Milano. Tenendo ben presente, caro assessore Masseroli, che per fare la Storia non basta che i suoi bambini, come non diversamente succede anche ai miei, preferiscano trascorrere una domenica in cascina piuttosto che al parco Forlanini. L’errore nel quale, inconsapevolmente, i nostri piccoli ci inducono è proprio quello di pensare che il recupero dei valori culturali, sociali e ambientali, possa passare attraverso un restyling edilizio e funzionale, come proporrebbe, in ultima analisi, il neonato Comitato Cascine Milano 2015, assimilando le cascine ad una delle tante forme di contenitori edilizi, solo un poco più naif. <strong>A mio parere l’intervento dirompente non deve odorare di mattoni, ma di terra coltivabile.</strong> E per citare una soluzione dove l’agricoltura rischiava di essere sopraffatta dalla ostilità ambientale e dalla competizione economica insostenibile, voglio ricordare le scelte politiche adottate a tutela dell’agricoltura del “maso chiuso altoatesino”, che ha potuto conservare immutata la sua capacità produttiva, la sua funzione di salvaguardia del territorio, la sua struttura sociale, il suo pregio architettonico-ambientale. Si pone il caso che la politica locale in quella difficile situazione non abbia atteso la costituzione di un autoreferente comitato, ma, in tempi non sospetti e senza lo slancio di alcun evento internazionale, abbia autonomamente deciso la scala dei valori del territorio. E tra questi valori venne indicato come prioritario quello dell’economia agricola storicamente affermata e socialmente utile, anche sapendo di dover fornire il necessario sostegno economico all’intera filiera, quella che inizia nel bosco e termina a casa del consumatore, anche milanese.</p>
<p>C’è una grande differenza tra l’aiuto che si può dare al territorio e alle aziende agricole in quanto tali e quello che prevede di introdurre funzioni estranee all’agricoltura, con l’unico scopo di utilizzare un patrimonio edilizio che solo l’enfasi della retorica proposta alla Triennale rappresenta come se fosse la “redenzione” dalla discutibile qualità, estetica e sociale, dell’edilizia urbana.</p>
<p>Per non parlare dei dubbi che derivano da una tecnica costruttiva che, nelle cascine, senza farne addebito ad alcuno, a causa della inadeguatezza dei mezzi economici utilizzati all’origine, pone serissimi problemi di restauro conservativo.</p>
<p>Quindi che fare? Direi di abbandonare modesti comitati e pensare in grande, partendo dal P.G.T. ed abbandonando quella nefasta convinzione secondo la quale la sopravvivenza dell’agricoltura possa essere determinata dalla denominazione del suo territorio produttivo come “parco”. In quella convinzione c’è la superbia degli altri settori economici che considerano l’agricoltura come il territorio della loro beneficenza e che ne vorrebbero determinare la sopravvivenza in ragione della perequazione della rendita fondiaria, attirando così in un clamoroso trabocchetto la sua autonomia economica, che ne sarebbe compromessa definitivamente.</p>
<p>D&#8217;altronde, le riflessioni che sono indotte dalla tematica proposta da Expo 2015 suggeriscono, anche per l’agricoltura in ambito periurbano, una effettiva capacità produttiva assai lontana da quel ruolo folkloristico che il proposito del recupero delle cascine, per funzioni residenziali, sociali e ricreative, non può nascondere.</p>
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		<title>P.G.T., periferie, parrocchie</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 06:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Milano, periferia Est. Sabato 3 ottobre la Chiesa di viale Corsica è stipata di fedeli. Si celebra l’investitura ufficiale del nuovo parroco. C’è il Vescovo Erminio che tira l’applauso della gente con gli occhi lucidi di commozione. Sanno che quel parroco rappresenta una comunità o, come lui dirà al termine della cerimonia, un “paese” in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Milano, periferia Est.</strong></p>
<p>Sabato 3 ottobre la Chiesa di viale Corsica è stipata di fedeli. Si celebra l’investitura ufficiale del nuovo parroco. C’è il Vescovo Erminio che tira l’applauso della gente con gli occhi lucidi di commozione. Sanno che quel parroco rappresenta una comunità o, come lui dirà al termine della cerimonia, un “paese” in città. Padre Franco è uomo di Dio e di una Chiesa colta e, pur senza essere sociologo o urbanista, comprende che attorno a lui si stringono persone tra loro solidali e che questa condivisione di ideali, ma anche di luoghi, è contemporaneamente uno strumento e un fine.</p>
<p><span id="more-145"></span></p>
<p>Dopo la cerimonia, mentre nella cripta della Chiesa prendono posto per la cena quasi 400 persone, tra i tavoli si aggira il Presidente del Consiglio Comunale, presente per un cortese gesto di benvenuto, ma estraneo ai più.</p>
<p><em>Il quartiere Piranesi, Corsica, Mezzofanti, Sismondi, Lomellina, costruito quasi tutto dopo gli anni ’50,  non ha né una piazza né un giardino pubblico. Appartiene a quell’area urbana definibile come “città reticolare” nella quale lo schema rigidamente ortogonale della maglia stradale è di facile percezione da parte di chi la frequenta abitualmente, ma anche di chi vi transita di rado. Adiacente al quartiere esiste una delle maggiori aree verdi di Milano, il Parco Forlanini. Troppo lontano per essere raggiunto a piedi, servito da una ciclabile più pericolosa  che convincente, è meta di micro-gite domenicali vissute come surrogato di un vero contatto con la natura. Nessuna possibilità di relazioni sociali, in assenza di qualsiasi forma di residenza in prossimità del Parco. Per alcuni anni il quartiere si è battuto per destinare a giardino pubblico l’area “ex Motta” finché  un P.I.I. truffaldino e difeso a spada tratta da Giovanni Verga,  ha calato importanti volumi commerciali e residenziali, relegando un pessimo ed insicuro giardino in una posizione che lo rende inutilizzabile.</em></p>
<p>Qualche anno fa la Parrocchia di viale Corsica decise di trasformare il cortile del Convento dei Frati Francescani, che prestano il loro servizio alla comunità, realizzando una specie di moderno chiostro, con accesso libero a tutti e con civilissime regole d’uso non scritte, ma rigorosamente rispettate. Angolo per il gioco dei più piccoli, panchine e aiuole per i pomeriggi degli anziani e delle mamme in arrivo dalla scuola materna, sala per festicciole e riunioni. Un luogo facilmente accessibile, sociale e senza discriminazioni.</p>
<p><em>Da tre anni il quartiere mostra, con una certa vergogna di sé, le proprie strade cosparse di buche, rattoppi, avvallamenti, lunghe strisce di asfalto incomprensibilmente sporgente dal piano normale. Il motivo è tutt’altro che ignoto, infatti tutti hanno potuto vedere all’opera A2A per la realizzazione della rete di teleriscaldamento. A2A non è una società pubblica e fornisce servizi energetici (luce e gas) a chi è disposto a pagare regolarmente le sue fatture. Per la posa dei tubi nel sottosuolo ha avuto autorizzazione dal Comune e dovrebbe attenersi alle regole esecutive da questo imposte, onde evitare che sia danneggiato il patrimonio comunale. Lo stato delle strade è l’esatta dimostrazione del contrario.</em></p>
<p>La parte sopraelevata del sagrato della Chiesa di Viale Corsica presentava un difetto di impermeabilizzazione originato da un incompleto intervento edilizio risalente ad una quindicina di anni fa. Nei mesi appena trascorsi la Parrocchia ha appaltato il rifacimento dell’intero pavimento e della guaina sottostante, ottenendo il prosciugamento dei muri della cripta che potrà essere utilizzata normalmente per riunirsi e per svolgere le attività estive dei ragazzi del Grest.</p>
<p><em>Coinvolgere i ragazzi in un’attività sportiva richiede qualche impianto efficiente e facile da raggiungere. Una decina di anni fa, progettando il PRU di Porta Vittoria, oltre alla ben nota Biblioteca Europea, vennero previsti impianti sportivi di ampia dimensione a sud della via Piranesi. Oggi non c’è la biblioteca, non ci sono gli edifici privati, e  non ci sono nemmeno gli impianti sportivi.</em></p>
<p>Il campo di calcio del Centro Sportivo Kolbe, promosso e strutturato dalla Parrocchia di viale Corsica, versava in pessime condizioni, nonostante la continua manutenzione. Impossibile praticarlo dopo forti piogge e troppo polveroso con clima estivo. Una mano al portafoglio di tutte le famiglie i cui ragazzi frequentavano assiduamente le attività sportive e da quest’anno fa bella vista di sè un campo in erba sintetica sul quale il divertimento è assicurato a tutti quelli disposti a seguire con costanza le sedute di allenamento.</p>
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<p>Il progetto di PGT individua 88 NIL (nuclei di identità locale) in base alle frequentazioni commerciali dei residenti (pag. 68 e 69 della Relazione Generale) emerse dalla ricerca condotta da Urbo-com per il Comune di Milano. Attorno ai NIL viene costruita gran parte di quella che il progetto di PGT definisce la “nuova visione della città”(Cap. 3). C’è motivo di pensare che la realtà sociale sia più complessa e che il metodo di raccolta dei dati, indispensabili per una progettazione di dettaglio che valorizzi o proponga gli “epicentri”, debba ricondursi ad una procedura unificata per l’intera città, ma possa svolgersi, condivisa dai cittadini, quartiere per quartiere, senza escludere, per esempio, la cronaca parrocchiale. Diversamente può accadere che sfuggano al controllo sociale alcune valutazioni che si autoreferenziano come scientifiche. Per esempio cliccando <a href="www.milanoperscelta.it">Milano per Scelta</a> si scopre che sul tema n.4 Spazio ai creativi – Atelier, è proposta la sede della stessa agenzia che ha realizzato il sito, la quale è collocata in un ambito isolato, senza alcuna relazione con il quartiere. In realtà lì si trova solo perché una fabbrica dimessa è stata trasformata in accattivanti loft, particolarmente adatti agli uffici dei “creativi”. Oppure sul tema n. 6 Il mare a Milano (!?) – Lungomare, si racconta di residenze affacciate sul Parco Barona, con un richiamo assolutamente fuori luogo al Central Park di New York, e si mostrano delle case affacciate su un’area incolta posta sulla via Parenzo, dove un P.I.I. finalizzato alla realizzazione di una RSA ha prodotto un giardino abbandonato a sé stesso! Peraltro il Parco Barona (che si chiama Parco Teramo) non è un esempio di verde circondato da un quartiere, come sarebbe auspicabile, ma è uno dei numerosissimi parchi di periferia ai quali si accede, faticosamente, solo da un lato poiché dall’altro confinano direttamente con le aree coltivate o dismesse.</p>
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		<title>Facciamoci del bene</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jan 2009 16:16:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Urbanistica milanese]]></category>
		<category><![CDATA[art. 58]]></category>
		<category><![CDATA[green belt]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[urbanistica]]></category>
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		<description><![CDATA[L’estate scorsa, approvando la Legge n. 133/2008, il Parlamento ha offerto a comuni, province, regioni ed altri enti locali, la possibilità di utilizzare una procedura assai semplificata (art. 58) per vendere congrue quantità di edifici e terreni, ponendo sostanzialmente come unica condizione che fossero “non strumentali all’esercizio delle proprie funzioni istituzionali”. Con riguardo alle aree, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’estate scorsa, approvando la Legge n. 133/2008, il Parlamento ha offerto a comuni, province, regioni ed altri enti locali, la possibilità di utilizzare una procedura assai semplificata (art. 58) per vendere congrue quantità di edifici e terreni, ponendo sostanzialmente come  unica condizione che fossero “non strumentali all’esercizio delle proprie funzioni istituzionali”. <span id="more-124"></span>Con riguardo alle aree, merita particolare attenzione il fatto che i comuni &#8211; pare che gli altri enti non abbiano questa chance &#8211; possano attribuirne una nuova destinazione urbanistica, senza necessità di verifiche di conformità ai piani comunali vigenti, escluse comunque le aree agricole per le quali occorre una specie di assenso da parte degli enti sovraordinati. Fin qui tutto bene, si fa per dire. Il Comune di Milano, approvando il proprio bilancio di previsione per il 2009, ha elencato gli edifici e le aree che intende alienare, e per queste ultime ha provveduto a modificare la destinazione urbanistica, passando da una previsione di verde pubblico o di servizi comunali, ad una di edificabilità residenziale. Lo scopo, fin troppo evidente, è quello di massimizzare la rendita, non diversamente da quello che chiedono normalmente gli speculatori immobiliari per i propri terreni originariamente inedificabili.</p>
<p>Tuttavia, se non dimentichiamo che l’Amministrazione comunale rappresenta noi stessi, dovremmo essere assolutamente soddisfatti che tutto ciò finalmente avvenga favorendo noi e non i soliti palazzinari. Ovviamente a condizione che i terreni posti in vendita scontino un buon indice di gradimento e quindi una remunerazione elevata a favore del venditore, cosa che, di questi tempi, è tutt’altro che certa. In ogni caso, anche senza scomodare l’urbanistica o, se preferite, le teorie di governo del territorio, il cittadino ha il sacrosanto diritto-dovere di chiedersi come impiegare il denaro ottenuto dalla rinuncia al verde o ai servizi pubblici che su quelle aree, di proprietà collettiva, si sarebbero potute realizzare. Direi che l’ottima idea di valorizzare i propri terreni mediante una nuova destinazione urbanistica che li renda appetibili al mercato (cosa che solo il Comune, giustamente, può fare) dimostra che la nuda terra, quella sulla quale possono crescere edifici oppure (disgiunzione) alberi, ha due prezzi di mercato, proprio in relazione alle sopradette possibilità di crescita. Ecco quindi la strada da percorrere: dopo avere venduto a caro prezzo i terreni pubblici sui quali autorizzare la crescita degli edifici, il Comune deve lanciare un’OPA per l’acquisto di una ben superiore quantità di terreni sui quali esso stesso seminerà gli alberi. L’adesione all’OPA non sarà generalizzata, ma sufficiente a ricollocare il ricavato della prima vendita e altrettanto ovviamente garantendo che i terreni acquistati non saranno mai più destinati alla crescita di edifici. Qualche malizia in questo percorso non guasterà. Per esempio i terreni da acquistare dovrebbero essere già da ora poco idonei alla produzione agricola, magari in quanto troppo vicini a fonti di inquinamento come le autostrade e le tangenziali, esistenti o progettate. Inoltre il prezzo minimo dell’OPA dovrebbe essere superiore a quello del mercato delle aree agricole. Anche la compatibilità con le ipotesi perequative (tutte da sperimentare) di cui dovrebbe farsi carico il Piano (Comunale) di Governo del Territorio, potrebbe raggiungersi classificando con una certa precisione il territorio inedificato. </p>
<p>Renzo Piano, <a href="http://milano.repubblica.it/dettaglio/Alberi-da-piazza-Duomo-al-Castellocosi-Piano-disegna-il-verde-in-citta/1771394">dalle colonne di Repubblica del 7 novembre scorso</a>, parlava della necessità di tracciare una linea verde oltre la quale Milano non deve costruire più. Io penso che intendesse questa linea verde non come una sottile riga del suo mitico pennarello, ma come il largo segno di un permanent marker verde scuro, che in scala 1:50.000 ci garantirebbe 400 metri di greenbelt forestata da attraversare radialmente o da camminare in moto concentrico. Finalizzare le risorse dell’art. 58 per l’attuazione di questo progetto sarebbe condiviso certamente da tutti i cittadini, non solo milanesi.</p>
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